ME EUROPE - MIGRANT ENTREPRENEURS EUROPE ha pubblicato un'articolo sulla storia di Alice Edun, fondatrice di AfroRicci -Articolo di Francesca Ferrario

14/04/2017

ME EUROPE - MIGRANT ENTREPRENEURS EUROPE ha pubblicato un'articolo sulla storia di Alice Edun, fondatrice di AfroRicci -Articolo di Francesca Ferrario


Dalla Russia alla Nigeria all’Italia ragionando su ricci e cittadinanza di Francesca Ferrario 

 

Alice Edun è la CEO di AfroRicci, una piattaforma e-commerce nata nel 2011 che offre prodotti per la cura dei capelli ricci, soprattutto afro. Ha reso il suo business redditizio da quando, oltre ad importare prodotti dall’estero, ha lanciato una linea di cosmetici naturali made in Italy. Alice racconta che AfroRicci è la prima piattaforma e-commerce del suo genere nel nostro paese e questo, dice, “per me è storia.” Spiega che il suo business model ha rappresentato un’innovazione non tanto per i prodotti in sé, ma per il nuovo tipo di imprenditrice che ha fatto nascere. “Dimostra che contribuisco anche io a livello sociale, economico e culturale in questo paese, che amo e che ho scelto al posto di altri.” Alice ha deciso di parlare con MEE perché, “è importante che l’Italia riconosca la donna multietnica.”

Alice è rapida a precisare che rifiuta di sentirsi vittima, “Invece che stare lì a lamentarmi che l’Italia è un paese razzista — che poi solo una piccolissima percentuale lo è — preferisco i fatti. Non me ne importa niente, andiamo avanti.” Eppure qualcosa, forse sottili pregiudizi e luoghi comuni la spinge a sottolineare che lei ha scelto non “invaso” questo paese (per usare il più ignorante dei termini diffusi). Di recente una donna per strada con cui ha avuto una discussione per via di un parcheggio ha affermato che Alice “non si direbbe Italiana dai modi che mostra.”

L’implicazione più diretta di questa frase è che solo gli Italiani hanno buoni modi. Un esempio di quell’idea, tanto irrazionale quanto comune e scontata, che la cittadinanza non sia solo un riconoscimento legale, ma anche un titolo magico che rende “migliori”.

Per capirci, l’imprenditrice vive in Italia da più di 20 anni, ha la cittadinanza italiana, un marito italiano e due bimbi di quattro e due anni nati e cresciuti a Milano. Ha creato AfroRicci contando sui suoi risparmi e l’aiuto di suo marito, aggregando una community in Italia intorno al tema dei capelli afro sin dal 2011. Le prime attività erano solo di importazione e rivendita perché il mercato era completamente nuovo. Solo dopo aver girato l’Italia con la sua collaboratrice Reina alla scoperta della diversità di capelli afro nel paese, Alice ha constatato la mancanza di informazioni su capelli afro e di adeguati prodotti per la loro cura. Così ha deciso di lanciare una linea di cosmetici firmata AfroRicci.

Con una media di 250 ordini al mese che equivalgono a circa 1500 prodotti, più di 11 000 followers su Facebook, e innumerevoli workshop in giro per l’Italia, AfroRicci è cresciuta 4 volte dalla sua nascita ed è pronta a raddoppiare la produzione nei prossimi tre mesi.

Viene da chiedersi, alla luce dell’affermazione della signora che ha insultato Alice, se tale successo dipenda solo dal suo essere italiana o piuttosto dalla sua storia. L’imprenditrice infatti afferma che, “Avrei fatto le stesse cose con o senza la cittadinanza italiana.”

Alice è nata a San Pietroburgo negli anni ’70. Sua madre, di nazionalità russa, era una studentessa di ingegneria; mentre suo padre, nigeriano, studiava medicina beneficiando del programma di borse di studio che l’Unione Sovietica aveva offerto a cittadini di vari paesi africani nel tentativo di avvicinarli alla loro ideologia politica.

 

Ancora piccola, poco dopo la nascita di sua sorella, Alice si era trasferita in Nigeria con i suoi genitori che dopo qualche tempo avevano divorziato. Questo aveva dato inizio ad un lungo ciclo di peregrinazioni geografiche e culturali che aveva portato le due sorelle a studiare in scuole italiane e inglesi a Lagos; ad imparare, oltre alla lingua madre russa, l’inglese, lo yoruba e l’italiano; e a viaggiare continuamente. La madre infatti si era risposata con un uomo piemontese; motivo per cui le due sorelle erano state introdotte non solo all’istruzione italiana in Nigeria, ma anche all’Italia stessa dove trascorrevano le vacanze. Dopo il trasferimento definitivo della madre in Italia, avevano continuato a vivere con il padre passando all’istruzione inglese in Nigeria. Infine, finiti gli studi secondari superiori, Alice aveva raggiunto la madre, mentre sua sorella aveva deciso di stabilirsi in Regno Unito.

 

Erano gli anni ’90 e nel paese piemontese di Vercelli Alice iniziava a crearsi un percorso lavorativo, “Ho fatto un po’ di tutto perché nel frattempo cercavo di prendere un diploma. Ai tempi l’Italia non era ancora pronta ad offrire agli stranieri un’educazione scolastica completa. Era ancora molto chiusa, c’era solo l’Erasmus, ma non una vera e propria possibilità di studiare per tutto il ciclo qua.”

Nel frattempo Alice cantava. “Ho sempre avuto questa passione e ad un certo punto mi sono buttata nel mondo della musica, anche perché mi ero fidanzata con un ragazzo che suonava. Faceva il pianista e aveva un po’ scoperto questo mio talento, così insieme abbiamo iniziato a fare un po’ di serate.” Le serate diventarono veri e propri ingaggi, lavori su navi da crociera e in alberghi alle Maldive, fino ad arrivare all’inclusione nelle classifiche americane di musica dance.

Durante la sua carriera di cantante, Alice ha conosciuto il suo futuro marito, Paolo. “Quando sono rimasta incinta del mio primo figlio ho capito che dovevo prendere una decisione fra continuare a fare la cantante — fra trasferte, serate fuori, e orari imprevedibili — o fermarmi. Ho deciso di continuare a cantare ma selezionando solo trasferte vicine e tranquille così da poter portare con me il bambino e mio marito.”

 

Alcune delle grandi sfide che Alice ha dovuto affrontare riguardano temi delicati e complessi. I frequenti trasferimenti che avvenivano sia fra continenti diversi che all’interno della stessa città hanno contribuito a sfumare l’dea di casa come luogo di stabilità, sostituendola con un, “chissà quando durerà.” Le separazioni e i ricongiungimenti con persone amate, come i genitori, sono una sofferenza intima. La sensazione di non avere vere e proprie radici si rifletteva nell’ambiguità di essere chiamata ‘bianca’ in Nigeria e ‘nera’ in Italia. A Vercelli, certi impiegati comunali scandivano le parole ad alta voce pensando che Alice non capisse l’italiano. Tutt’ora ci sono persone che, come la signora della discussione nel parcheggio, la considerano straniera nonostante viva in Italia da più di vent’anni.

C’è traccia del passato Alice nello spessore che ha dimostrato per diventare imprenditrice. Le reazioni alle sue varie difficoltà si sono canalizzate in un atteggiamento nei confronti della vita che lei stessa definisce “Forza e coraggio. Punto. Cioè, non mi fermo a guardare quello che va male perché nulla deve fermare il mio percorso di vita e quello che io voglio fare, assolutamente. Non mi sono mai sentita vittima.”

Questo approccio è trasparso sin dall’inizio della sua carriera, al momento di introdurre un mercato nuovo in Italia. Alice racconta che, dopo aver deciso di curare i suoi capelli naturalmente, ha dovuto fare i conti con le difficoltà di importare prodotti dall’estero, spesso pagando ingenti tasse doganali. Dopo qualche tempo ha iniziato ad accarezzare l’idea di importare i prodotti per rivenderli e nel 2011 ha organizzato il primo evento sul tema chiamando una produttrice di cosmesi specifica dall’Inghilterra. Non è stato facile perché all’evento, Alice spiega, “Quasi tutti mi guardavano come dire ‘non ce la può fare questa’.”

Eppure ha continuato. Innanzitutto, aveva molta fiducia nel potenziale del nuovo mercato che stava introducendo. Inoltre, all’evento ha conosciuto Reina “l’unica veramente entusiasta” spiega Alice. Insieme le due si sono imbarcate per un tour italiano di workshop sul tema. Così hanno dato inizio non solo ad una piccola azienda innovativa, ma anche ad una collaborazione piena di stimoli. “Reina ha 20 anni meno di me, sta studiando per diventare hair stylist professionista e mi ha insegnato tantissime cose…oltre a farmi i selfie!” spiega Alice ricordando che la giovane parrucchiera ha contribuito non solo con le sue abilità di mestiere, ma anche nella parte di social management del progetto.

 

Tutto, inclusa la parte informatica, è stato frutto delle loro competenze, “Quando ho lanciato la piattaforma e-commerce ho costruito il mio sito da sola. Ai tempi c’erano pochissimi portali che davano il sito già pronto dove inserire le immagini — e quelli che c’erano costavano tantissimo. Quindi ho fatto tutto io a partire da un programma. Fortunatamente avevo fatto un po’ di editing a livello di web design in Italia quando studiavo per un diploma.”

Il tour ha convinto definitivamente Alice che c’era una domanda sufficientemente forte nel paese per prodotti made in Italy di qualità per capelli afro, “Creando una nostra linea avevamo capito che ci stavamo mettendo in gioco perché ovviamente c’era chi aveva testato marche grosse come Shea Moisture — che è il top del top negli Stati Uniti — e ci costringeva a confrontarci con l’eccellenza.” È iniziato tutto con pochi pezzi e con battaglie al telefono con i produttori per convincerli ad abbondare con olii ed erbe, ma la curva è decisamente in crescita.

Soprattutto, il mercato è decisamente in espansione come dimostra la nascita di vari portali e piattaforme e-commerce per la cura naturale dei capelli afro. E Alice ne è felice, “Credo che [la nascita di nuovi portali e piattaforme] sia una cosa utile e importante per affermare l’identità personale degli afroitaliani nel nostro paese. In particolare per quanto riguarda l’ e-commerce è un segnale che c’è sempre più richiesta. Siamo stati i primi e ci aspettavamo che altri avrebbero avuto la stessa idea.”

 

Ognuno trae elementi diversi da una storia. Come per esempio la sua capacità di far immaginare. Ripensando nuovamente alla signora che ha definito Alice non italiana a causa dei suoi modi, è improbabile che lei riuscisse ad immaginare anche solo lontanamente la storia dell’imprenditrice. Soppesando su una bilancia la cittadinanza (sia come documento che come somiglianza fisica con gli altri cittadini) e la storia di una persona, la seconda ha evidentemente molto più valore perché la prima, di per sé, non riesce a definire il valore di un individuo. Pare scontato, ma non lo è.